Mestieri
AGRICOLTURA
Il paesaggio di terre e lagune che caratterizza il Delta del Po è il risultato di un'intensa e prolungata attività di bonifica, dapprima naturale per colmata, attraverso i depositi alluvionali, poi, dall'Ottocento, ottenuta con l'impiego delle idrovore a vapore, che lentamente fecero affiorare i terreni.Da ciò deriva la grande tradizione agricola di tutto il Delta del Po; non a caso questa è la principale attività economica del territorio. In principio legata alle famiglie del Patriziato veneziano, in seguito alla borghesia e successivamente, attraverso la riforma fondiaria, direttamente ai contadini, per arrivare ai giorni nostri, attraverso l'accorpamento dei poderi, ad una riaffermazione del latifondismo, con poche aziende proprietarie di centinaia di ettari che necessitano di poca manodopera. Si ripropongono quindi le condizioni che hanno determinato lo spopolamento di un tempo, con l'abbandono delle campagne da parte dei giovani, che cercano di costruire il proprio futuro lavorando in altri settori. Ciò nonostante sono circa 350 le aziende direttocoltivatrici presenti nel territorio comunale.Il pacifico rapporto di convivenza tra l'uomo agricoltore, gli animali, le piante, l'acqua e la terra non ha alterato negli anni le caratteristiche dei terreni, permettendo elevate produzioni di mais, barbabietola, erba medica, soia, grano e riso oltre ad ortaggi di qualità come il melone e il pomodoro.
Il melone "I meloni sono come le donne, non ci sono vie di mezzo, o sono buoni e saporiti, o non lo sono". Così recita un detto polesano.I meloni del delta sono proprio buoni e saporiti, dal sapore tipico, molto dolci ma con un retrogusto salino e un aroma un po' pepato che resta sulla lingua dopo l'assaggio. Sono meloni particolari, come lo è l'area dove vengono coltivati, dove i riporti del Po e le opere di bonifica hanno prodotto terreni di medio impasto tendenti all'argilloso leggermente salini. La coltivazione del melone ha conosciuto un sensibile incremento, tanto da farla diventare negli ultimi anni una fra le colture più diffuse.
Il riso Grandi distese di terre coperte d'acqua, le risaie sono state, nel Delta, una presenza costante del paesaggio agrario fin dall'introduzione del riso in Italia, attorno al 1400. La coltivazione di questo cereale si rivelò utilissima come coltura di bonifica, contribuì infatti ad accelerare il risanamento dei terreni alluvionali dalla salinità, così da consentire le normali rotazioni agrarie. Il riso occupava la maggior parte della campagna e la sua espansione è stata favorita anche dalla grande disponibilità di manodopera necessaria per questo tipo di coltura. Con le alluvioni degli anni Cinquanta e Sessanta, molte famiglie abbandonarono il Delta del Po, la conseguente carenza di manodopera fu determinante per la destinazione dei terreni a colture diverse, soprattutto barbabietola da zucchero, mais e, infine, soia. Negli ultimi anni la risicoltura è tornata a registrare incrementi vistosi di superficie investita; dai 350 ettari della fine degli anni ottanta si è passati agli oltre 2.000 attuali, con una produzione che si aggira sui 154.000 quintali. Il riso polesano ha un punto di forza che lo rende competitivo rispetto alle zone di produzione tradizionali: la qualità del prodotto, che è dovuta anche alle caratteristiche dei terreni alluvionali, dotati naturalmente di alta fertilità minerale. Oggi la maggior parte del riso è prodotta dall'Associazione Risicoltori Delta del Po, vanta già l'iscrizione nell'elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali ed è in attesa del riconoscimento comunitario per l'Indicazione Geografica Protetta.
ARTIGIANATO
Come tutta l'area del Delta anche a Porto Tolle l'economia, oltre che sui settori primari quali pesca e agricoltura, si basa sul commercio e sull'artigianato. Infatti oltre a 900 lavoratori autonomi nel settore della pesca, operano 1216 imprese; di queste 300 sono artigiane, con un incidenza del 25%. Numeri importanti che fanno di Porto Tolle un'area a forte vocazione imprenditoriale, con una rete di piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale dell'economia del Delta. La storia dell'artigianato del Delta si può leggere attraverso gli antichi mestieri legati all'ambiente, in modo particolare alla lavorazione delle piante palustri come nel caso degli scaranari o dei canaroi che andavano a "far canna" da ottobre a marzo, periodo in cui la campagna era a riposo e la pesca scarsa. Anche la pesca aveva bisogno di bravi artigiani come nel caso dei galafà (costruttori di barche) e dei barcaroi. Ma era soprattutto l'agricoltura a richiedere abilità legate ai mestieri tipici della civiltà rurale. Con l'arrivo del progresso, cambiavano gli usi, le abitudini e le condizioni di vita e nuovi mestieri sostituivano quelli di un tempo. Le case venivano costruite con i mattoni ed allora servivano i muratori, ma prima ancora occorrevano i mattoni che proprio nelle tante fornaci lungo il Po venivano fabbricati, in seguito con l'affermarsi dell'edilizia nelle piccole botteghe artigiane si sono formate altre maestranze: falegnami, elettricisti e vetrai. Oggi l'artigianato è una realtà consolidata e ben radicata sul territorio, un comparto vivace e in crescita che sta trovando nuovi e importanti sbocchi in alcune lavorazioni ad alta specializzazione quali il vetro e la ceramica. Porto Tolle, grazie all'intraprendenza ed alla vitalità di artigiani e commercianti, ha in questo settore l'ossatura dell'economia di alcune frazioni, in special modo di Ca' Tiepolo, dove gli insediamenti produttivi sono collocati in gran parte, nella nuova zona artigianale.
La vicinanza alla centrale termoelettrica di Polesine Camerini è stato l'elemento principale per la nascita di un'azienda che sfruttando l'acqua calda, ottenuta in grande quantità per il raffreddamento delle turbine, riesce a produrre, in serre e tunnel, piantine in vaso partendo dal seme. L'attività floro-vivaistica, che attualmente occupa una ventina di addetti, in gran parte giovani, si sta inserendo sempre di più nella grande rete di distribuzione.
CACCIA
C'è un vecchio detto di valle "fin a nadal se spena, dopo nadal se pena": una delle grandi passioni nel Delta è la caccia. Un tempo, in queste terre strappate alle acque, la caccia rappresentava una delle poche possibilità per procurarsi il cibo, trovando nelle leggi, o meglio nelle concessioni di allora, la possibilità di cacciare nelle campagne e nelle valli: "diritto di vagantivo". La caccia è anche una delle tradizioni maggiormente radicate, tanto da far parte della cultura locale. Ha una storia antica a volte documentata, altre semplicemente tramandata nel corso dei secoli.E' il caso di alcune norme del VIII sec., come il decreto che impediva a chiunque di far cacciagione o uccellagione prima "de messer lo doze".Altri documenti testimoniano invece come, attorno al mille, i dogi si recavano a caccia pretendendo dagli ospiti assistenza con le barche, cibo, animali ed altro ancora. Il privilegio Lauretano del 1094, stipulato dal Doge Vitale Falier a favore della comunità di Loreo, stabilisce che "la caccia in ogni tempo rimanga nostra" cioè del Doge. Come gli estensi nel Ducato di Ferrara, anche le nobili famiglie veneziane detennero, fin dalle origini di queste terre, il monopolio di caccia nei propri domini. La caccia in valle è stata praticata in vari modi: con reti, archi, falconi e spingarde, oggi invece la si pratica da apposta mento in botte e si effettua contemporaneamente in tutte le valli un solo giorno la settimana, il sabato. La fauna valliva è composta in gran parte da folaghe, beccaccini, anatre selvatiche quali fischioni, moriglioni, codoni, alzavole, canapiglie, germani reali e mestoloni.In laguna invece si può cacciare per cinque giorni la settimana, fatti salvi il martedì ed il venerdì, giornate di silenzio venatorio, con l'appostamento in capanno, "coegia". In entrambi i casi attorno alle postazioni vengono sparpagliati i richiami. Sagome di anatre in plastica, un tempo realizzate artigianalmente, in canna palustre "stampi" e alcuni esemplari vivi che attirano le anatre in volo. Nelle campagne si pratica la caccia "vagante", soprattutto a lepri e fagiani. Ogni cacciatore può effettuare tre uscite la settimana e il numero di capi da abbattere è stabilito dal calendario venatorio.Vanno segnati sul proprio libretto la data di uscita, il numero e la specie dei capi abbattuti. Da alcuni anni l'apertura è fissata nei primi giorni di settembre e la chiusura il 31 gennaio.